giovedì 25 dicembre 2014

Islanda - Giorno 2 - Un tuffo in Islanda

La sveglia suona prepotente. Il fatto è che tutti quanti ci guardiamo un po’ incerti sul da farsi, perché siamo sicuri di aver puntato l’orario del “drin” alle otto e mezza locali: allora, perché fuori è notte fonda?
Il tempo di realizzare di essere in Islanda e ci convinciamo a tirarci fuori dal nostro caldo rifugio.
Senza indugiare oltre, ci facciamo portare all’agenzia di noleggio, dove ci consegnano (dopo gli intimorimenti di rito) la nostra macchina. Prima di partire, mostriamo loro la nostra tratta e chiediamo la fattibilità della stessa, sapendo di dover aggiungere un buon 30% alla gravità da loro mostrata (loro sono abituati, noi no, tranne che ai fossi).
Un chiaro e conciso “ehm… I wouldn’t go there” ci fa capire che siamo effettivamente dei cretini e quindi, senza se e senza ma, non modifichiamo minimamente il nostro percorso e ci mettiamo alla guida, dopo qualche test per le gomme da neve. Per la cronaca, liscio come l’olio: scegliete voi il grado di sarcasmo.
In tutto ciò, alle undici, dopo aver fatto una piccola ma esaustiva sosta ad un market per acquistare cibo di sopravvivenza, il sole decide di far capolino all’orizzonte.




Come prima tappa del viaggio Islandese c’è un cliché che non può proprio essere evitato. Tra l’altro, finchè non viene compiuto, neanche chi si sta apprestando a compiere il misfatto si rende conto di quello che sta facendo. Provo ad elencare le tappe.

  1. Arrivo a Blue Lagoon
  2. Imbaccuccamento furioso per il freddo artico, con tanto di guanti e cappellone
  3. Presa degli zaini carichi di materiale
  4. Arrivo alla hall
  5. Ingresso con conseguente dilapidamento monetario
  6. Spogliatoi
  7. Costume
  8. Ciabatte (chi le ha, noi no)
  9. Domandarsi "perchè" al contatto fra aria siberiana e pelle nuda
  10. Tuffo



Ok, non siamo completamente fuori di testa. L’acqua sulfurea, spontaneamente in superficie nelle lande islandesi, è ambita meta turistica e prima vera tappa dell’Islanda: la sua temperatura oscilla fra i 40 gradi e i 90 nei pressi delle fonti. Ci siamo avvicinati a queste ultime, ma al primo odore di pollo al forno abbiamo deciso che saremmo stati poco saporiti.
Il vero problema è stato fuoriuscire da lì, dato che avremmo reincontrato gli amabili -7 gradi esterni. Ma tant’è, siamo ancora vivi. 

Dopo esserci asciugati e rivestiti, ci siamo rimessi in viaggio.
Per quanto fosse bello il posto, avevamo delle tappe ben precise da rispettare ed era meglio mettersi in marcia al più presto.
Proprio all’ingresso di Reykjavik ci attendeva, difatti, una guest house già prenotata (l’ultima di questo viaggio, dato che, da qui in poi, non si sa né dove si arriva, né come, né “se”). Lasciati i bagagli, ci dirigiamo a far la spesa: qui ci sarebbe da fare una piccola nota, ma lascio che la ricorrenza “spesa” si faccia un po’ più viva. 

Poco dopo noto una libreria e mi ricordo che, dall’Italia, mi è stato chiesto di trovare qualsiasi cosa si possa riferire allo scrittore Arnaldur Indriðason che, tra l’altro, vive proprio qui a Reykjiavik. Allora entro e, con il mio classico intuito, avendo di fronte ben 3 commessi della libreria alle casse e un paio di tizi biondi che gironzolavano fra gli scaffali, messi lì apposta per fornire aiuto, decido bene di chiedere alla guardia giurata informazioni: giustamente, questo mi dice che non sa assolutamente nulla e mi incita a chiedere a qualcuno di competenza. Vedo una ragazza che incartava i pacchi regalo… lo stava facendo nella libreria, quindi mi è sembrato giusto chiedere anche a lei. Dopo l’ennesima azione senza senso ed uno scappellotto da Carlo, decido di chiedere ad un commesso se questo autore avesse un qualche momento programmato per firmare la copia di un suo libro: incredibilmentemi viene detto di aspettare un istante, prende il telefono e si mette a chiamare esordendo, poco dopo, con “Il signor Arnaldur Indriðason non risponde, probabilmente è in vacanza. Ora provo alla casa editrice”. Sfortunatamente, neanche loro sono raggiungibili, al che gli lascio la mia mail per ogni evenienza.

La chiesa di Reykjavik (e il negozio di pentole d'oro sulla destra)
Fuoriuscendo dalla libreria racconto a Carlo e Michele ciò che era successo, e si sentiva che nell’aria c’era qualcosa che non andava: mentre camminavamo verso un negozio in particolare (in cui avremmo dovuto comprare una pentola per cucinare, per poi scoprirsi essere fatta d’oro per la modica cifra di 45 euro [fu unanimemente stabilito che la padella, a 20 euro, avrebbe cotto ugualmente bene la pasta]), un non so che di fastidioso e al contempo strano ci tartassava, che ne so, tipo il pensiero “per quale arcano motivo il commesso di una libreria ha il numero privato di un autore?”.
La risposta sarebbe arrivata da lì a poco quando dei vecchi amici di Carlo ci avrebbero raggiunto a cena, invitati da noi, per degustare prelibatezze della cucina italiana.

Sì, ci siamo portati i barattoli da casa.


E sì, facciamo un festino nella guest house. 

Prima, però, ripassiamo a fare la spesa: ci siamo dimenticati i piatti.

Durante la cena ci raggiungono gli amici islandesi e passiamo proprio una bella serata, mischiando risate a racconti folkloristici.

L’amica di vecchia data Katrin ci spiega, poi, che Reykjavik conta quasi metà della popolazione dell’intera Islanda, ed è quindi normale che chiunque sia nell’agenda di qualcun altro. 
Nulla di stupefacente, quindi, nella reazione del commesso nel primo pomeriggio: tant’è che il signor Arnaldur Indriðason si è pure dedicato nello scrivermi una mail in cui mi diceva che il tutto non era, purtroppo, possibile.







La serata si conclude per il meglio, anche se abbiamo fatto un po’ tardi e, purtroppo, il nostro spirito da cacciatori di aurore boreali è rimasto ancora a secco: ci sono troppe nuvole. 
Ci mettiamo subito a dormire, per domani ci servono energie!

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