sabato 27 dicembre 2014

Islanda - Giorno 4 - La rivoluzione interna

Ci svegliamo prima del sorgere del sole e fuori è tutto bianco. Neanche il tempo di alzarci dal letto e controlliamo le previsioni delle strade: lascio che l'immagine parli per noi (ingranditela).

Legenda: siete nella m***a.
Avevamo tutti e tre un nodo enorme alla gola. Sapevamo cosa significasse tutto ciò (oltre al fatto che ci mancava un pelo a tirare le cuoia, ieri), ma nessuno voleva dirlo: sin dall'Italia, dai primi giorni di Novembre, avevamo pianificato il tutto per arrivare fino ai punti più remoti dei fiordi occidentali (in alto a sinistra nella foto), e vedere tutte le strade barricate e impercorribili ci faceva capire quanto fossimo impotenti di fronte alla natura. 

Ma il nostro spirito avventuriero non demordeva: avevamo un obiettivo, un qualcosa che avevamo visto solo in foto fino a quel momento, uno di quei fenomeni che pensi sempre siano ritoccati al computer o, comunque, enfatizzati dai mille programmi di fotoritocco; come cacciatori imperterriti, carichiamo gli zaini in macchina (dopo averla rinvenuta in un sito archeologico scavato sotto la neve) e decidiamo che di percorrere (per la parte restante del viaggio) tutta la strada a sud fino a Vik, per visitare altrettanti posti meravigliosi e sperare nella buona sorte per quanto riguardava le magnifiche lotte fra i raggi del sole e la Terra.

Appena fuoriusciti dalla guest house, per sicurezza, ci fermiamo alla stessa stazione di rifornimento di ieri per rifare il pieno. Dato che avevamo notato con rammarico che Michele era abbastanza largo nei posti di dietro, decidiamo di fare di nuovo rifornimento di cibarie. Così, perchè siamo affamati (le scorte di Carlo continuano a persistere, e i salamini continuano a dimostrare la loro presenza in macchina).

Nel tragitto ci apprestiamo nel fare uno scherzone a quel simpaticone di Carlo: vuole scendere per fare una foto (la quattordicesima in duecento metri), e noi glielo facciamo fare (perchè poi ce le freghiamo); questa volta, però, dopo il fatidico click della macchina fotografica... non trova più la portiera aperta ad attenderlo al caldo.

Storie di un Carlo abbandonato per strada

Poi siamo tornati a riprenderlo. Perchè siamo simpatici.

Ad un certo punto notiamo un panorama davvero mozzafiato: senza preoccuparci minimamente dello spalaneve superato un chilometro prima, fermiamo la macchina nel mezzo della strada e ci avventuriamo in una mezza scalata con premio finale.
(NB: lo spazzaneve, dopo aver notato la macchina bianca su sfondo bianco e strada bianca, è riuscito a superarci indenne [per noi], sollevando con una possenza impressionante il towplow frontale per riuscire a deviare il suo percorso in tempo. Poi, in tutta tranquillità, terminato il sorpasso lo ha riabbassato e ha ricominciato a spedire neve in home run. Normale amministrazione).





Tipico animale islandese che lascia le sue tracce
In preda ad un altro scherzone, notiamo che Carlo sta fotografando delle tracce lasciate da qualche animale. E allora ci mettiamo subito all'opera.

Pian piano l'amaro andava via dalla bocca: seriamente, l'Islanda è la terra degli avventurieri, dei sognatori e dei fotografi! Ovunque ci si giri c'è sempre qualcosa che vale la pena immortalare. Difatti, rientrati in macchina, non facciamo in tempo a superare la curva dietro la montagna che il fiordo che ci apprestavamo a valicare si mostra in tutta la sua bellezza, regalandoci gli ultimi riflessi rossastri della giornata.


Dopo aver percorso, per un'altra oretta, la strada costiera, giungiamo nella città di Grundarfjörður [leggi Grundarfiòrdhur] nella penisola di Snæfellsnes, dove chiediamo ospitalità ad una guest house davvero particolare: il The old post office è, a tutti gli effetti, un vecchio ufficio postale successivamente rimesso a nuovo per ospitare i turisti; si può notare chiaramente, dal suo interno, la vecchia idea architettonica, già dai termosifoni piccoli in ogni stanza a ridosso di ogni brandina, o dalle dimensioni dei locali, adatte proprio a contenere appena una scrivania.

Ma, poche ciance! Grundarfjörður non è stata scelta a caso come tappa per riposarci: la città, difatti, è famosa per la montagna Kirkjufell, una delle più alte della zona (e l'Islande ne ha davvero poche, considerando che non sono neanche delle "montagne" a tutti gli effetti): quindi, senza indugiare oltre, ci fiondiamo nei suoi pressi. La foto che state per vedere è stata scattata dopo mezz'ora di "cambi" di postazione, in quanto volevamo catturare anche l'ultimo pizzico di sole (erano le quattro di pomeriggio): fra le varie location, è da citare il tentativo di oltrepassare un cartello bello rosso che diceva Access denied to visitors; fortunatamente ci siamo astenuti, più per fortuito caso che per reale volontà di rispettare quel cartello che ci guardava con disprezzo, scoprendo più avanti che si trattava di una prigione. Così, senza una recinzione. 


Ceniamo, aspettiamo le dieci di sera e decidiamo: stasera si va a caccia!

Ci copriamo come se dovessimo tuffarci nei ghiacciai del Polo Nord e ci dirigiamo verso la spiaggia nera ai piedi della montagna Kirkjufell. Parcheggiamo la macchina in uno spiazzo lì vicino e ci portiamo ai limiti del mare, in una zona ancora umidiccia (per la marea).

E aspettiamo. Silenziosi e pazienti come lupi in attesa della preda, guardiamo le nuvole scorrere davanti ai nostri occhi in un timelapse non accelerato. Ogni piccola luce della città, anche l'intermittenza di una macchina dietro qualche arbusto in lontananza, ci faceva sgranare ancor di più gli occhi verso il cielo buio, nel tentativo di vedere qualcosa. 

Arrivano le 23:00. Il cielo prende a coprirsi davanti ai nostri occhi, sopra l'insenatura del mare: dietro di noi, quello che un tempo era un pendio abbastanza scosceso sembrava esser stato inghiottito da una fitta coltre grigiastra; il freddo, poi, si insinuava con cattiveria fra i diciotto strati di vestiti che ci eravamo messi addosso. Ma non demordevamo, eravamo sempre lì, in piedi, di fronte al mare scurissimo e calmo, e sotto un cielo cupo.

E' mezzanotte in punto, e tutto tace. Venere è l'unica luce ancora ben fissa davanti ai nostri occhi. Il freddo inizia a farsi sentire davvero tanto, e la delusione di perdere ancora un'occasione si insinua fra le nostre menti: per tre o quattro volte, uno di noi accenna ad un "dai, andiamo", senza neanche crederci fino in fondo, quasi per scaramanzia. Ad un certo punto, demordiamo e ci giriamo verso l'asfalto, in cerca della nostra fidata macchina. La apriamo, e le luci d'emergenza ci accecano.

Raga!!

La voce rotta di Michele rimbomba all'improvviso.
-Guardate lì! E' lei?
-Non sembra!
-Ma sì!
-No...
-Forse...?
-E' una nuvola, come quell'altra, vedi?
-No, quelle sono le luci della città! Lì a sinistra!
-Non può essere...
-E' vero!
-Oh caz...!
-Corri!

In dieci secondi avevamo rimontato tutta l'attrezzatura (prima avevamo impiegato venti minuti), chiudiamo gli occhi per qualche secondo per riabituarci al buio e li riapriamo: c'era del verde.
La prima volta, nelle nostre vite, in cui vediamo le luci del Nord.

Passiamo altri 40 minuti ad inseguire quelle luci, troppo sporcate dall'alone rossastro dei lampioni della città a destra. Poi l'idea: corriamo in macchina e ci riportiamo verso la strada dalla quale eravamo arrivati nel pomeriggio, certi che da dietro gli avvallamenti del fiordo la città sarebbe stata coperta!

Fregandocene altamente dei limiti di velocità (e di una motoslitta che passava di traverso sull'asfalto fra i cumuli di neve [occhi stralunati e sguardi confusi a gogo]) giungiamo in men che non si dica all'altro capo dell'insenatura: già da dentro la macchina si notava il cielo muoversi, danzare, mentre bagliori si riflettevano sul vetro.

Scendiamo.

Ci riabituamo al buio.

Guardiamo in alto.

Magia.

  
...






L'emozione ci assale, restiamo lì fino a che le verdi Northern Lights non finiscono di danzare leggiadre nel cielo. Alle due e mezza, quando le sole stelle fornivano delizia ai nostri occhi, siamo addirittura tornati indietro, alla spiaggia, sperando di poterne guardare ancora. E ancora. E ancora. Non eravamo mai sazi. A notte fonda, rientriamo alla base. Grundarfjörður conterà anche solo 900 abitanti, ma è entrata a pieni voti nei nostri cuori: qui abbiamo visto, per la prima volta nella nostra vita, l'Aurora Boreale. E così, ci addormentiamo felici.


0 commenti :

Posta un commento

 
Design by Wordpress Theme | Bloggerized by Free Blogger Templates | free samples without surveys